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"Quando cerchi di afferrare le stelle, forse non riuscirai a prenderne neanche una, ma certo non ti troverai neanche con un pugno di fango."

agosto 04, 2004

Chi mi aiuta a traslocare? 


Siore e siori,

questo è l'ultimo post che la sottoscritta digita in azzurro sulle pagine di Nightswimming.

Lascio Blogspot e chiedo asilo alla comunità di Splinder.

Vi aspettano nuovi colori, nuove parole, la stessa voglia di scrivere e di essere letta. E - ovviamente - commentata.

Scordatevi la fatina Trilly e scopritemi come Chewingum.
Poi capirete.

Uno, due, tre, pronti... Via!

Cliccate, e benvenuti.


http://chewingumpergliocchi.splinder.com


luglio 29, 2004


Mi sveglia una porzione monodose di sole acquarellabile.

Occhio, occhio, sbadiglio, piede, altro piede, stiracchia, sbadiglio, pronti, partenza, via.

Metto a mollo nel latte i fiocchi d’avena vestiti di miele.
Nessun nuovo messaggio di posta elettronica.

Premo nel lettore quella meraviglia che è OVO di Peter Gabriel.
Una delle cose più belle su cui l’uomo abbia mai posato raggio laser.

Inspiegabilmente, mi vesto di rosa. Io non vesto mai di rosa.

Niente rumore di vicini, oggi.
Forse non esistono.
Forse sono l’unica superstite nel mondo.

Così: mi sveglio, esco e non trovo più nessuno, come nel romanzo di uno dei miei scrittori preferiti.

Invece scendo in strada e il genere umano pare tutto sommato in vita.
Sfrutto per 20 minuti i 17 euro donati all’Azienda Trasporti Milanese.

Mi faccio teletrasportare dal Pendolo di Eco nella contea della mia immaginazione, poi mi concentro sul mind the gap di cadorna-fermata-cadorna.
Pantaloni bianchi e maglietta rosa: sarei perfetta, come Big Babol.

Mentre penso al mio futuro da chewingum, mi appare davanti uno dei miei due capi, quello latitante.
Un adorabile latitante. Mi offre un caffè e un quarto d’ora del suo tempo in carati.

Poi, a tradimento.
Senti, dimmi cosa ti piacerebbe fare. Nella vita, intendo.

Su, diglielo.

luglio 27, 2004

Sugli effetti psicoattivi del Calfort. 


Il funzionamento degli elettrodomestici risponde a princìpi cosmosfighici tuttora sconosciuti e privi di teorie empiricamente verificabili.

La mia lavatrice, per esempio, ha una primordiale forma di intelletto governata da un unico dettame imperante: il principio di contraddizione a priori.

Se tu le chiedi – in ginocchio davanti all’oblò – di non centrifugare, per piacere, quella camicetta in cristallo di bohemia a cui tieni tanto, lei prende e gioca a fare l’ottovolante, con tanto di giro della morte. Infatti, alla fine, della tua camicetta resta ben poco da riesumare.

Quando le ficchi in bocca un bel quadratone di Dixan Tabs con microgranuli extrapulenti, lei gli dà una masticata e poi lo lascia lì, sbavante di schiuma ma ancora intatto.
Solo che tu lo scopri solo alla fine, che per un’ora lei ha lavato tre lenzuola, un copriletto e sei asciugamani solo con acqua e calcare.

In più, la mia lavatrice è così egocentrica che quando è in funzione vuole a tutti costi che si sappia.
All’inizio produce in crescendo il tipico sibilo da boeing 747 in fase di decollo.
Poi tamburella per 20 minuti il ritornello di “Get up, stand up” nella versione di Bob Marley.
Infine, inaugura il programma di risciacquo ripetendo in loop “è arrivato l’arrotino”, fino a quando l’unico chip non ancora corrotto pone fine alla sofferenza del bucato, sputacchiando esausto un po’ di Coccolino alla lavanda.

luglio 26, 2004


Ufficio, ore 13.20.
89 gradi percepiti.
I tasti del mio mac sembrano usciti da un quadro di Dalì.

Scorgo strane allucinazioni di farfalle stroboscopiche, ippopotami che ballano il tuca-tuca e una buffa creatura metà Paolo Limiti, metà ghiacciolo alla menta.

Menu del giorno: pay-off al forno, storyboard alla piastra e telefoni flambé.
Come dessert, lo chef consiglia crème caramel servito con panna e cervello fuso.


Datore Di Lavoro: caldo, eh?

tc (sguardo alla Charles/Marilyn Manson): già.

Datore Di Lavoro: sono davvero cotto. Anche tu, eh?

tc: mettiamola così: oggi rivolgiti a me come faresti con un criceto russo appena uscito da una lavatrice programma 8.


I miei neuroni si stanno chiedendo per quanto tempo ancora potranno vivere d'inerzia.
Se lo sta chiedendo anche il mio capo, temo.

luglio 23, 2004

Connessioni. 


Tu premi il dito indice su un saccottino di plastica portato a spasso da una pallina.

Il precario assemblaggio di circuiti, bill gates e cristalli liquidi che hai di fronte muta d'aspetto proiettando al rovescio sulla tela del tuo occhio un rettangolo bianco.

Uno dei tuoi cinque sensi registra posta celere in linguaggio Morse per staffette di sinapsi, che un nervo traduce a un muscolo, che fa reazione e si piega su un insieme di quadratini chiamati Q, W, E, R, T, Y..., in numero di ventisei, numeri esclusi.

Fuori le auto passano,
fuori si ride, si muore, si scopa, si spara, si beve, si vive.

Il sole indora l'ultimo angolino di emisfero, ci guarda, se la ride e va a farsi un giro in Polinesia, toccando il culo a un'aurora boreale.

luglio 22, 2004


Ma se ti lavi con acqua corrente non prendi la scossa?

Una sera come tante. 


Sembrava una sera come tante, ieri sera.
Ero di nuovo fuori con le altre. I soliti giri, le solite case.
Poi, qualcuno ha proposto di andare da loro.
Non ero mai stata in quella casa, ma sembrava accogliente, piena di luci.

Loro dormivano già, insieme, su un lettone.
Io mi sentivo un po’ a disagio: forse eravamo arrivate troppo tardi.
Non era da maleducate, stare lì con i padroni di casa che già passeggiano fra i sogni?
Ma le altre mi sembravano decise, sicure. Le ho seguite, cercando di non fare rumore.

Eravamo arrivate solo da qualche minuto, e già le più spavalde avevano iniziato a banchettare, riempendosi la pancia.
Roba prelibata, si capiva dal profumino. Però io non me la sentivo ancora.
Che ci volete fare, sono una che si fa scrupoli.

Poi la situazione ci è sfuggita di mano.
Le altre, ebbre del nettare rosso e corposo, hanno iniziato a esagerare, a bere sempre di più, a fare rumore.

E infatti, dopo un po’ loro si sono svegliati, infastiditi.
Hanno acceso la luce, e subito le altre, intuendo che le cose si mettevano male, sono scappate.

Io volevo spiegare, chiedere scusa e poi andarmene via, educatamente.

Ma ho capito subito che lui era accecato dalla rabbia.

Non mi ha dato nemmeno il tempo di aprire bocca.
Ha alzato la mano e mi ha colpita con violenza.
Troppa, per il mio corpo minuto.

E’ così che è andata, la mia fine.

L’ultima cosa che ricordo, prima che tutto si facesse nero e che la mia coscienza si annullasse, è la voce di lui, che diceva: “Ah ah ah! Presa! E adesso muori, bastarda zanzara del cazzo”.

luglio 21, 2004

Piccoli passi verso un mondo più solidale. 


Ora di pranzo. Sto lavorando nell’angolo più caldo dell’ufficio più caldo del palazzo più caldo di Milano.

Prendo atto dei gorgoglianti incitamenti del mio stomaco e decido che ingerire sostanze nutritive sarebbe una scelta opportuna.

Scendo al piccolo bar per stacanovisti sotto il mio ufficio. Uno di quei bar in cui il padrone ti chiama “Gioia” e il cameriere si avvicina con aria seria e ti sussurra, scandendo le parole: “Ascolta: Non. Ordinare. L’omelette.”

Entro, affamata.
Il padrone mi vede: “Ciao, Gioia. Accomodati.”
Ordino un’insalata e scelgo un tavolino situato oltre la distanza minima di sicurezza dal pinguino de longhi.

Accanto a me, un’emblematica rappresentante della specie “piccole donne in carriera crescono”, anche lei da sola.

Mi lancia un’occhiata laterale e poi si concentra sull’ultimo modello di portcellulare in bava di baco griffato Yves Saint Laurent.

Dopo un po’, il cameriere le porge il suo petto di pollo anemico con contorno di verdurine color pastello.

Lei guarda il pollo, poi me, poi di nuovo lui. E si rimette a sfogliare la sua rivista.

Passano cinque minuti, e il suo pollo è ancora lì, illibato e immacolato. Un’offerta votiva su un altare di broccoletti.

Finalmente, arriva la mia insalata.

E lei, a questo punto, chiude la rivista, mi sorride e inizia a sforchettare nel suo piatto.

Aspettava me.

Una sconosciuta seduta in un bar ha aspettato che arrivasse la mia fottutissima insalata per cominciare a mangiare il suo fottutissimo pennuto alla piastra.

Davvero non protesterò mai più, quando qualcuno mi dirà che a Milano le persone si sentono veramente sole.

luglio 20, 2004

Sindrome da dio. 


Facciamo le cose a nostra immagine e somiglianza.

Prendi un’automobile. Quattro ruote, che sono gli arti. Due occhi-fanali, due cigli-tergicristalli, un cuore-motore, uno stomaco nel serbatoio e un cervello nel cruscotto. Pure un cofano per mettere su pancia.
Per non parlare del tubo di scappamento, per liberarci degli scarichi puzzolenti.

Alcuni, poi, hanno gli optional. Per esempio, quello che traccia percorsi, intreccia obiettivi e ipotizza connessioni. Un navigatore satellitare, che è l’istinto.

Dentro all’auto, noi. Creatori e guidatori.
Come dire: se noi siamo automobili, chi ci ha creati manovra anche il nostro destino. Aziona i comandi, sceglie a che velocità farci viaggiare e sterza sulle nostre mete.

Narcisisti e egocentrici. Pensiamo di essere la forma più perfetta che la materia abbia raggiunto, e allora l’unico modo per far funzionare bene gli oggetti è costruirli simili a noi.

Pippe mentali che lascio ai signori filosofi, o ai dottori ingegneri.

Alla fine, quello che ci interessa è viaggiare bene. Con qualche airbag, riscaldamento d’inverno e aria condizionata d’estate.
Se poi ci sono anche cerchi in lega e sedili di pelle, non resta che sorridere, abbassare il finestrino e godersi lo scorrere del paesaggio.

luglio 19, 2004

Pilota automatico.  


Quando dici: oggi faccio quell’altra strada, per arrivare in ufficio.
Poi squilla il cellulare e i tuoi piedi seguono la solita corrente di timbra-cartellini in ritardo.

Quando pensi: più tardi chiamo quell’amica, così andiamo nel Naviglio da bere a sorseggiare un bicchiere di alcool ben shakerato. Poi ti metti a mollo nella vasca e ti ricordi di lei solo quando hai le dita di gelatina.

Quando decidi: oggi la faccio, quella telefonata. Poi non resisti a quei tre paragrafi da spalare via dalla testa e da prendere a tasti sul tuo blog, e quando è passata l’epilessia delle dita scopri che il vasetto di yogurt dovevi consumarlo preferibilmente due giorni fa.

Che senso ha ammazzarsi di bracciate quando basta fare il morto a galla?

luglio 16, 2004

L'assassina del tempo. 


Ieri pomeriggio ho passato tre ore a uccidere minuti.

Fare da balia a un ufficio può essere molto eccitante, se hai lavoro da finire, gente intorno che ti fa domande e tamagochi che squillano sul tuo tavolo.

Ieri, no.

Ieri è stata una specie di sfida.
Il gocciolare lentissimo di secondi contro la mia allergia al vuoto.

Ieri è stato tre ore di niente.
Niente da fare, niente da dire, niente da vedere, niente da pensare, niente da leggere, niente di niente di niente di niente.

Pare che la soluzione, in questi casi, sia distrarsi e non pensarci. Ignorare il tempo. Ché più lo conti, meno scorre.

E invece no. Io le volevo straziare, quelle tre ore. Secondo dopo secondo dopo secondo, con il rischio di uscirne a pezzi.

Perché ieri io non ero una nullafacente annoiata in un ufficio vuoto.
Ero quel vecchio del libro.
Quello che per giorni e giorni si trascina dietro il suo pesce enorme. Le murene lo addentano, gli squali lo rosicchiano, ma lui non lo molla.
Non lo molla perché è una sfida. Tra il vecchio e il mare.
E quando cadi in un giochino del genere, te ne fotti della stanchezza, della fame e della rabbia.

E' un’ipnosi di testardaggine, una morfina di ostinazione.

E chissenefrega se poi a riva riporti solo una carcassa spolpata, e hai perso tempo e forze e non ci hai guadagnato nemmeno un bastoncino findus per la cena.

Vaffanculo. Alla fine le ore sono passate. E io non ho saltato nemmeno un minuto. Li ho contati uno a uno, come le pecorelle della buonanotte.
Come tanti soldatini da giustiziare, in fila contro il muro.

15.00 - Bang.
15.01 - Bang.
15.02 - Bang.
...

Tre ore.
Ieri pomeriggio ho ucciso tre ore del mio tempo.
Tanto al processo mi crederanno, quando dirò che è stata legittima difesa.

luglio 14, 2004

Prime volte. 


Da sei mesi sbircio e assorbo questo lavoro dal mio angolino privilegiato, conquistandolo e facendolo mio ogni giorno di più, come un matrimonio fresco e promettente. Con le sue sfuriate, le incomprensioni, la noia passeggera. Ma sempre con la fiamma accesa, la voglia di sedursi, la fiducia di investire tempo, vita e cuore.

E oggi, un gradino.

La mia prima, ufficiale riunione.
Non riassunta, non raccontata, non letta su un brief.
Vissuta. Partecipata. Mia.

Perfettamente a mio agio nella sala grande di parquet, gambe accavallate sotto al tavolone lucido e bicchiere da sorseggiare.

Seguire guide mentali.
Abbozzare parole da sgrezzare.
Lucidare strategie appannate.

Ascoltare gli account. Che parlavano, e parlavano anche per me, soppesando il mio annuire.

E a un certo punto mi sono staccata.
Mi sono osservata da fuori.
Solo un istante. Come una parte di me che sorride alla mia seriosa compostezza, mi strizza l’occhio e bisbiglia, ridacchiando: “Ma guardati. Ci sei dentro per davvero.”

Houston... 


"Abbiamo un problema feticcio con le parole."

luglio 13, 2004

Logica multirazziale. 


tc: e dì: ce l'hai una ragazza?

Apu: sì, una ragazza indiana.

tc: ah, bello.

Apu: è molto scura. Per mandarla via, basta spengnere la luce.

Logica egoprospettica. 


chinaski: ascolta: penso che per una cosa del genere potrei suicidarmi.

tc: seee...

chinaski: hmm... forse hai ragione. Io non riuscirei mai a suicidarmi. Gli egocentrici non si suicidano.

tc: già. Penseresti sempre che se stai male la colpa non è tua, ma del mondo.

chinaski: anche, ma...

tc: penseresti che privare il resto dell’umanità della tua presenza sarebbe un delitto.

chinaski: a parte questo...

tc: cosa?

chinaski: il punto è: se morissi, mancherei troppo a me stesso...

luglio 09, 2004

Raccontino senza titolo né pretese. 


Il mattino luccica nelle pozzanghere, sentenziandone la morte per evaporazione. Lui pigia il pulsante della sveglia con la mano pesante di routine, proprio mentre l’Altro, lassù, combina il fattaccio.

(Chiariamo subito una cosa. L’Altro non è proprio Dio, o un dio. Però la maiuscola gliela devo. Perché comunque sta lassù, intreccia i gomitoli del Tempo e fa tutte quelle cose che di solito fa un dio. Ma siccome l’imperfezione non si addice a una divinità, e l’Altro è tutt’altro che perfetto, allora beh.)

Lui biascica un’occhiata al sole, ciabatta in bagno, si lava distrattamente i denti e poi sciacqua via ogni residuo onirico della sua notte corta. Preludio di un giorno molto lungo, potremmo dire.

Si infila la camicia blu sfilata dalla collezione di camicie blu. Colore aziendale. Una moda dittatoriale. Un regime cromatico. Sempre lo stesso tono, tutti i giorni tranne uno dai trentatre anni che guida autobus per il comune.

Si infila la camicia sfilata dal suo monocromo armadio e inizia ad abbottonarla. Solo che, arrivato in cima, si accorge di aver saltato un’asola. Risulta chiaro, infatti, che Bottone Due si è illecitamente accoppiato con Asola Tre, generando un insolito scambio di coppie sul suo petto.

Ma la cosa strana per davvero è che proprio mentre lui gracchia un’originale bestemmia per quel contrattempo, l’Altro si distrae, intreccia i fili e commette lo stesso errore. Salta un anello della catena.

Se ne accorge subito, che ha sfasato la trama. Sgrana gli occhi e pensa che il Capo si sarebbe davvero arrabbiato, se solo un Capo esistesse.
Meccanicamente è lo stesso errore. Solo che nel secondo caso le asole sono ore e i bottoni sono vite.

E adesso la vita di lui è completamente sconquassata. E che può fare l’Altro? Interrompere tutto per fermarsi a disfare la maglia? Troppo tardi: ormai la cerniera temporale si è assestata così. Tutto irrimediabilmente incongruente. Porco io, pensa il non-dio del Tempo.

E allora lui adesso viaggia in controtempo. E questo significa accusare un bel po’ di effetti collaterali.

A dire il vero, non credendo nelle coincidenze, lui si accorge subito che c’è qualcosa di storto. Ma non sarebbe mai arrivato a capire che quel qualcosa era lui. Non per ora, almeno.

Prima di tutto, quella rincoglionita della sua vicina di casa.
“Ancora tutto quel chiasso, signor Roland? Lo sa che io ho bisogno di riposare. La smettiamo di tornare tardi la notte e mettere su quei suoi dischi a volume alto?”

“Buona giornata anche a lei, signora Lembard. Non mangi limoni già a quest’ora, potrebbero farle l’acido allo stomaco.”

“Eh?”

Se la lascia dietro, con quella sua scia di naftalina e gli occhiali da nonna papera appuntati sul flosciume delle gote.
“Ma quando si decide a crepare, quella vecchia avvizzita?” pensa.

Clank.

Il marciapiedi è ancora a digiuno di persone, e lui chiede all’abitudine di portarlo dritto al deposito mezzi.

Pensa a Gérard, che la sera prima aveva fatto prendere una boccata d’aria a tutto l’alcool e il cibo ingeriti nel corso della cena.
L’odore acre del vomito del collega gli torna alla mente e lo disgusta.

“Spero per lui che non decida di restarsene a casa. Mi sembra di vederlo, che esce dal portone con un alone di sbronza intorno agli occhi e la camicia stropicciata.”

Clank.

“Maurice.”
Lui si gira, mentre Gérard esce dal portone, alone di sbronza intorno agli occhi e camicia color azienda tutta stropicciata.

“Ah. Giusto a te pensavo. Allora sei vivo. A che ora stacchi, ubriacone?”
“Alle due, oggi. Mezza giornata.”
“Bastardo d’un cane. Perché a te dicono sempre di sì? Dovresti sgobbare l’intera giornata come tutti noi, poveri schiavi che non abbiamo sposato la figlia del responsabile del personale.”

Clank.

“Eh eh. Ognuno sceglie il suo destino, mio caro Maurice.”
Hmm. Affermazione quantomeno discutibile, direbbe qualcuno.

Il deposito è una trincea di carri armati color arancio, sistemati in file asimmetriche come soldati vecchi e stanchi. Lui raggiunge il suo numero 225. Linea urbana, stesso percorso da quasi cinquant’anni.

Anche oggi si parte. Come ieri e come domani.

Giro di ricognizione nel quartiere di periferia. “Tutti ancora sotto le lenzuola.” Pensa: “mai che una bella gnocca decida di salire e darmi il buongiorno, eh?”

Clank.

Sta per ignorare la prima fermata, deserta d’ordinanza. Poi vede quella che nel suo personale dizionario illustrato sarebbe editata sotto la voce “gnocca”, s.f.; agg.

Lei sale. Lui trattiene un commento solo perché impegnato a scivolare su quelle gambe lisce e abbronzate, che iniziano con il bordo insinuante di un abito attillato e terminano in un tacco nove, ovviamente a spillo. Ovviamente.

“Buongiorno, Maurice”, pensa Maurice.
“Buongiorno, Maurice”, dice il formoso buongiorno di Maurice.
“Ehm… salve. Come sa il mio nome?”
“Mica difficile. Ho letto il cartellino sulla tua camicia blu.” Ridacchia ochetta. Poi gli strizza l’occhio e scende. Si dilegua dopo una fermata di tragitto. Come fosse esistita solo per indossare quel vestito carico di promesse e trillare quel buongiorno.

Lui, perplesso, continua il giro. Di nuovo solo.
Oh, ma solo in apparenza.

“Eccoci alla solita stramaledetta deviazione. Adesso arriva il vero buongiorno. Un bell’imbuto di traffico per soffocare ogni cosa vagamente positiva della giornata. Sette mesi di lavori per un dannato tubo, Cristo santo. Che faranno mai, invece di lavorare?”

Lo richiama il fischio acuto di un vigile urbano. Fa segno di passare.
Lui si sporge. Chiede: “che c’è, avete chiuso anche via Leonardo, adesso? Devo arrivare in centro arrampicandomi sugli alberi?”
“Niente deviazione, capo. I lavori in via Boccaccio sono finiti. Tutto come prima.” Poi si volta, per dire la stessa cosa ad altre cento formichine in lattina.

Lui: “incredibile”, pensa.

“Accidenti, accidenti, accidenti.” E’ l’Altro, adesso. Che, ad avere una coscienza, se la sentirebbe veramente sporca.
Che fare? Andare dal non-dio dei Pensieri e confessargli tutto per chiedere il suo aiuto?
Meglio perderne uno che perdere il posto. O no?

“Io bono, qui mi scappa l’Apocalisse. E se finisce il mondo potrebbero licenziarmi, o spedirmi a intrecciare il tempo sul sole. Cioè quindici miliardi di anni a sudare da solo senza nemmeno un omino da spezzare per spezzare la monotonia.”

Lo avevo detto, che non ha coscienza.

Intanto, lui Maurice spezza la sua monotonia con una pausa pranzo rapida e indolore. Da Arnaud: panino e birra a cinque euro. Il caffè è in omaggio, per i clienti-ragnatela.

“Panino con la cotoletta e i pomodori, gruppetto di avvocati al tavolo cinque e figlia di Arnaud che serve pasta fredda all’ingegnere.”
E’ una prova. Un gioco, davvero.
Lo avevo detto, che lui guarda le coincidenze con sospetto.

Entra.

“Porco…”, dice, sulla soglia.

Dietro la vetrinetta c’è una fila di panini, tipo michetta, farciti di cotoletta e pomodori. Al tavolo cinque uno degli avvocati tiene banco ricostruendo per i colleghi la sentenza del mattino, mentre Sofia, venticinquenne figlia di Arnaud, porge all’ingegner Lebrique fusilli freddi con piselli, maionese e dadini di prosciutto cotto.

A questo punto la testa girerebbe un po’ a tutti. E non solo quella.

Fai un’altra prova, avanti.

“La signora al tavolo tre si versa l’acqua addosso, Arnaud rompe un bicchiere e nello stesso tempo Lebrique starnutisce”, pensa lui.

Bingo, Maurice. Tutto proprio come lo hai immaginato.

Ma che bravo. A quanto pare, il non–dio del Tempo ha amici molto comprensivi, su al reparto Pensieri.

Lui esce dal bar, lasciandosi dietro una bava di incomprensione.
“Che succede, dio mio, che succede? E’ un sogno? Eh? E’ uno scherzo? Sono pazzo? Dio mio.”

Sta per salire di nuovo sul suo puledro arancio, quando un clacson lo chiama ad alta voce.
Gérard.
“Brutto bastardo, me l’hai tirata! Mi ha chiamato il grande capo. Pare che Sarjac si sia beccato quell’influenza micidiale. Così mi tocca coprirlo e farmi pure il suo turno. Sarai contento, eh?”

No, non è contento.
Sconvolto è l’aggettivo esatto.

Sale su, se ne fotte del percorso, delle fermate e dei suoi obblighi da contratto. Toglie dalla striscia luminosa la scritta 225 e preme un bel FUORI SERVIZIO.

Va verso casa. Istinto.
“Chi chiamo, chi chiamo? Laura, forse lei può darmi il nome di uno psicologo, o di uno psichiatra. O almeno di un prete. Cristo.”

Davanti al suo portone, un’ambulanza lampeggiante gli impedisce di parcheggiare.
“Cosa succede?”, chiede alla maestra di pianoforte alloggiata al piano due.
“La signora Lembard.”, dice. “Lei è…”

C’è bisogno che finisca la frase?

Quel primo “clank”. Eccolo qua. Lo stesso rumore che ha rotto il cuore della signora Lembard, appena un’ora fa.

Lui ha le mani sudate sulla testa, a premere sulle tempie e tirare i capelli filati di grigio.

“Ora. Facciamolo ora”, dice il piccolo non-dio pasticcione.
“Sicuro?”, risponde l’operaio dei Pensieri.
“Sicuro.”

La dinamica è più meno questa, nella testa di Maurice. Molto veloce, bisogna pensarla.

“Dio mio. I miei pensieri diventano realtà! Penso una cosa e quella succede. Non è possibile. Calmati, non è possibile. Ma Cristo, finora è successo! Finora tutto quello che ho immaginato è successo veramente! Calmati, Maurice. Calmati. Concentrati. Esci dal portone, vai in strada. Vai in strada e prendi una boccata d’aria. Non pensare. Accidenti, non devi pensare cose brutte. Mio Dio, e se non riesco a contenere… E se penso che succeda… E se esco e…”

Clank.

Non era mai successo, in città. Due persone morte nello stesso stabile, lo stesso giorno. Bizzarro, no?

Sì, beh. La signora Lembard era anziana: è frequente che a quell’età il cuore ceda alla pressione delle stagioni.
Ma quel Maurice… Non giovanissimo, certo, ma in ottima salute.

Vedi, poi, come succede?
Tu stai attento, prendi tutte le tue precauzioni, mangi sano, non corri in autostrada, non fumi, vai a farti controllare ogni sei mesi.
Poi, così. Un giorno – che chiunque direbbe un giorno qualunque – un giorno esci di casa e dall’impalcatura del palazzo in costruzione qualcuno fa cadere una trave.
E tu sei lì, proprio nella sua traiettoria di caduta libera.

Lassù, almeno, il non-dio del Tempo ha ancora il suo lavoro.
Tutto come prima.
Che se esistesse un Capo, non si sarebbe mai accorto di niente.

luglio 08, 2004

Plin plin. 


La pioggia a Milano è talmente inquinata che più che piangere, le nuvole sembrano pisciarti addosso.

luglio 07, 2004

Equo scambio di elementi. 


La pizzeria di fronte al mio ufficio è appena andata a fuoco.

Qualcuno lancia un urlo. Poi appaiono, nell'ordine: gente in strada, fumo e vigili del fuoco.

Passa un niente e dal cielo, di colpo, piove. Forte, all'improvviso. Una specie di temporale.

Come dire.

luglio 05, 2004

Il monaco spogliato. 


Mattina, sto andando in ufficio. Linea verde della metropolitana.
Gonnellina, camicetta, scarpine da signorina, capelli raccolti e trucco leggero.
Praticamente, un bonbon.

Alla fermata Porta Genova salgono tre ragazze più o meno sedicenni, addobbate in tipico stile Naviglio Pavese: piercing, capelli di colori improbabili, jeans oversize e catene varie che vanno dal naso alle caviglie, passando per l'ombelico.

Si siedono e cominciano a fissarmi con sospetto. Probabilmente stanno criticando il mio fastidioso perbenismo stilistico.
“Mio dio, nemmeno un buco nella guancia o una ciocca fucsia! Che cattivo gusto...” pare commentare con sdegno anarchico una delle tre.

Mentre loro continuano lo screening, formandosi immagini mentali del mio guardaroba (che nella loro testa somiglia incredibilmente a quello della principessa Sissi), mi scivolano gli occhi sulla t-shirt di una di loro.

Una maglietta da concerto. Muse, tour 2002.
Identica a quella nel mio cassetto.
Bellissimo concerto, peraltro. Ho ancora il ricordo di un gomito pogante contro le mie costole incrinate.

Come dire: magari un giorno prima, o sette ore dopo, quelle tre avrebbero potuto incrociarmi sullo stesso treno, o magari per strada, e ammiccare con complicità alla mia maglietta. Pensare “ehi, è una di noi”.

Siamo davvero in tanti.

luglio 03, 2004

Deducendo Chinaski77. 


Scrive.

Lui scrive, sigarette smorzate in tombe di ceramica bianca; lenti di vetro tra gli occhi e il resto del mondo, t-shirt nera a lambire i gomiti senza mai toccarli.

Scrive sui tasti che ora sono al mio servizio, scrive davanti allo schermo solidificatore di pensieri.
Quello che ora sto fissando.
Io, qui.

Intorno, le sue cose.

Oggetti che sono solo oggetti.
Ma che poi, lui fa solo finta.

Un ordine alfabetico di mp3 abbandonati alle mie voglie, una stanza in cui sentirsi ospite, regina, forestiera e cortigiana.

A destra, sul pavimento, corde di vimini rossi intrecciate in un cesto.
Un cestino di rifiuti, si direbbe. Solo questo.

Ma no.

E’ che sono i rifiuti, a non essere solo questo.

Sapete cosa?

Fogli accartocciati e pacchetti vuoti di sigarette.

Solo e soltanto.
Un cestino. Pieno, colmo, da svuotare almeno cinque giorni fa.

E dentro: fogli accartocciati e pacchetti vuoti di sigarette.
Solo e soltanto.
Praticamente, la sua vita.

Uno spettacolo, a guardarlo da qui.

Dalla sua sedia, dal suo tavolo, dai suoi tasti.

Uno spettacolo, a guardarlo da qui.
Abbracciata alla sua vita.

luglio 02, 2004

E mi va di improvvisare. 

Impastrocchiata di lavoro, attesa da treni, annebbiata di baci, biascicante di afa, invorticata di musica nuova.

Volteggio di giorno in giorno, inebriata e un po' brilla. Finalmente respiro vita dalla colazione al dopocena, mi libero dagli abiti stretti per vestirmi di epidermiche schiettezze.

Sono un'ingorda golosa davanti a un buffet che non sazia e non finisce, mangio di gusto e bevo a gran sorsate, senza ritegno, spudorata; chiamo voci e mani e volti e brividi e sorrisi.

I miei pori si dilatano alle percezioni, cinque sensi sull'attenti, occhi e bocca aperti al bello e al buono.

La vita, quando vuole, è la più vogliosa amante di se stessa.

luglio 01, 2004

Così. 

Quando una frase è un raggio di non-detto incastonato in una vita di copioni snaturati.

giugno 30, 2004

Frammento di darwiniana riflessione. 

Di tutti i modi per catalogare le persone, ce n’è uno davvero infallibile.

In metropolitana, quando il treno sta per partire e il segnale acustico annuncia la chiusura delle porte, le persone si dividono in due categorie.

Il primo insieme comprende quelli che si affrettano per le scale, arraffazzonandosi in goffe falcate, trascinando bambini, gomitando vecchiette, lasciandosi dietro scie di valigette, rotule e sandalini tacchettati.

Arrivano al dunque, di fronte alle soglie della critica linea gialla, sentono il beeeeep minatorio e di colpo si bloccano, rigidi come stuzzicadenti, impalati dalla rassegnazione, sicuri di non farcela.

Lì, davanti alle porte ancora spalancate.
Un paio di secondi, poi i vetri si ermetizzano con uno schiocco, tranciando atomi di aria chiusa.

E loro lì, spalle che si abbattono e guance che si gonfiano e poi si svuotano in uno sbuffo.
Arriveranno in ritardo, fisseranno ansiosi le lancette fino al miraggio del prossimo treno, che – ahiloro – non percorrerà la biforcazione giusta.

E la cosa peggiore – lo sanno bene, i conigli – è che ce l’avrebbero fatta.
Un ultimo passo trasgressore e le avrebbero varcate, quelle porte in chiusura.

Poi c’è l’altra categoria. Quelli che avvertono il treno in ri-partenza sui binari, si affrettano anche loro sulle scale, percorrono uno slalom immaginario di pendolari, supermarchiste dell’ultim’ora e turisti persi fra le cartine patinate, il naso spalmato tra il Duomo e San Babila.

Arrivano in banchina con una buona rincorsa e sentono quel suono di immediata chiusura.
Ma non si fermano. Loro non perdono tempo a riflettere: fanno il salto e si lanciano fra le porte.

E tutti – tutti – ce la fanno.

Qualcuno travolge un passeggero, scusandosi con un sorriso complice, qualcun altro tronca l’inerzia dello slancio finendo contro il reggimano, per poi sistemarsi la cravatta e riacquistare dignità.

I più temerari, addirittura, si incastrano per un attimo fra la plastica sigillante della porta mezza chiusa: spingono, si divincolano dalla presa e sgusciano fra gli sguardi un po’divertiti e un po’ ammirati dei seduti.

E loro, loro li riconosci da quel sorriso.
Il sorriso soddisfatto e beffardo di chi per tutto il giorno si sentirà vincente.

Perché è lì, in quei centesimi di secondi risparmiati, usati per correre e non per pensare, che l’umanità si divide.
Tra chi pensa a come vivere, e chi vive senza starci a pensare.

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Jerome: “Vuoi sapere come ce l’ho fatta, come sono riuscito a batterti? Continuando a nuotare, ad andare avanti. Non risparmiando mai le forze per tornare indietro”.

giugno 29, 2004

Che lo scrivo a fare? 

Pensi che sia molto più semplice scrivere di cose importanti che di cazzate.
Pensi che sia facile commuovere, più difficile far ridere.
Pensi che scriverai qualcosa di leggero e divertente, stamattina. Una di quelle storielle piacevoli e senza pretese. Una tartina.

Poi senti che hai dentro qualcosa che non ce n’è: è prepotente e salta fuori, in continuazione. Si sovrappone agli altri pensieri, alla giornata, alle frasi di maniera.

Allora decidi di inseguire il filo volante dei tuoi desideri, di accontentare i capricci dei tuoi pensieri distratti. Di scrivere qualcosa di romantico e un po’ sdolcinato.
Solo per stavolta, dai.

Apri un foglio bianco, sfiori la tastiera muta, e aspetti.
Aspetti ancora.
E ancora.

Niente.

File di parole sfilano in passerella, ma ogni volta la giuria scuote la testa e ripete, annoiata: “avanti la prossima”.
E capisci che non si può.

Non si possono scrivere i brividi.
Non si può chiamare “graffio” lo scorrere di dita sulla pelle che le chiama.
Non si può scrivere “abbraccio”, per dare nome al fondersi di corpi che sono istanti di risposte ad anni di domande.
Non è “fare l’amore” il prendersi tutto, senza pietà, senza fermarsi, fino al limite delle forze, strapparsi brandelli di vita e mescolarsi senza riserve, pori aperti che assorbono distillati di percezione.

Non so scrivere questo.
Non bastano combinazioni infinite, per una grandezza che non ha unità di misura.
Non è nero su bianco, ma pelle su pelle.
Un dizionario di istinti, un alfabeto di sensi.

Non si legge l’anima.
Non si scrive l’anima.
L’anima si ama. Il resto, è solo sfondo.

giugno 26, 2004

Sopravvivenza metropolitana (Breve corso di). 

Sera, tipico locale milanese, aperitivo a due.

Appare, da lontano, il terribile Omino delle Rose.


tc: presto, litighiamo.

FP: cosa?

tc (pausa, cambia voce): cazzo, ma la vuoi smettere di fumarmi in faccia?

FP (spaesato): ma cosa...

tc (occhieggiando in direzione dell’Omino): porca puttana, perché non la pianti? Mi stai affumicando!

FP (illuminandosi, poi serio): oh, ma che cazzo vuoi? Eh?


L’Omino, notoriamente avido di coppiette, si avvicina sorridente.


tc: e smettila, cazzo!

FP: dì, ma sei impazzita?

tc: coglione.

FP: ma vai a fare in culo, va’.

tc: che figlio di puttana.


L’Omino si rabbuia, ruota di 180 gradi e si allontana veloce dal nostro tavolo.

No, dico, se queste non sono soddisfazioni...

Stamattina. 

A risate spente, non resta che il silenzio.

Che non è vuoto, ma nemmeno suono.

giugno 25, 2004

Pausa blog. 

Mmm...

giugno 23, 2004

Rischi del mestiere. 

Van Gogh non era pazzo. Solo epilettico.
E si riempiva di assenzio.
E si riempiva di assenzio per un motivo molto semplice: la percezione alterata dei colori. Drogarsi era l’unico modo per vedere chiaramente quel giallo che lo ossessionava, e che per tutta la vita cercò di portare sulla tela.

Quando si trasferì in Boulevard Haussmanne, Proust fece rivestire l’intera camera da letto di sughero, per potersi concentrare come voleva mentre scriveva “Alla ricerca del tempo perduto” (dormendo poche ore, di giorno, e passando mesi di notti con la penna in mano).

Flaubert assaggiò del veleno per topi perché voleva rendere perfettamente realistiche le sensazioni della suicida Madame Bovary.

Qualche mese prima di morire, uno sconosciuto commissionò a Mozart la composizione di un Requiem. Debole e malato, il musicista si convinse che quello sconosciuto era un messaggero della morte, e che il Requiem era per se stesso. Ci si dedicò con ansia febbrile, terminandolo prima del tempo previsto. Poi morì.


La vita ruba l’anima all’arte.
E lei, ogni tanto, si prende una rivincita.

giugno 22, 2004

Devo confidarvi. 

Mi sono innamorata delle parole.

Cangianti particelle di mondo e di senso, intrecci di suoni che son disegni di segni, atomi morbidi e strumenti solidi, semi e frutti di letteraria creazione.
Plotoni di avverbi in –ente rimati o rapide essenze di monosillabici collanti. Coriandoli ballerini vorticanti in piroette o tristi debolezze di flaccidi crepuscoli, rassegnati e molli.
Allitterazioni di palato, sinestesie orgiastiche e sacralità allegoranti; striscianti serpentine di viscidi schiavi o maestosi sovrani mantellati d’aulico sfarzo.
Sinuose colline di sussurri sonori, lisce distese di nettari sciolti, densi rivoli ploppanti, burrosi e grassi.
Fragranti aromi di dolcezze biscottate e sfiziosi sfrizzoli di retrogusti acri.
Coppie di nomi che duellano in antitesi o copulano in metafore. Mondi: gemelli in anafore, sopettosi in ossimori, complici d’ironie velate.
Frasi lacrimanti di virgole, lentigginate di punti e ricamate di parentesi, aperte in broncio e chiuse in sorriso.
Vederle, cantarle, annusarle, afferrarle. E’ ciò che bramo.
Il rotondo tepore di un corposo succo o il tocco secco del ghiaccio duro; il giallo assolato di un limpido astro o il grigiume fosco di una nebulosa palude.
Lo schiocco di una premessa e la morsa di un epilogo, la staffetta nervosa di rientri veloci o il languore lascivo di descrizioni oziose; l’intarsio certosino di composizioni barocche e il crudo stridìo di sincopi affannate.

Loro vivono, e si lasciano giocare.
Io, nel mio piccolo, porgo in dono
le dita
le ore
le odi
l’amore.

giugno 20, 2004

Dialogo muto con il futuro. 

Treno interregionale. Caldo di mezzogiorno, aria come olio. Densità passeggeri: massima.
Una signora freneticamente gentile sposta la borsa omaggiata dall’ultimo Vanity Fair per farmi sedere.
Prima che possa saccheggiare con i suoi soldatini di frasi fatte i miei ventitre minuti di pace, tiro fuori il libro e fingo di non avere altro scopo nella vita se non quello di finirlo.
Di fronte a me, una ragazza abbronzalampadata e svestita di bianco inforca gli occhiali modello Paola Barale e scherma le sue palpebre chiuse, lasciandosi addormentare dalla cantilena di risaie, prati e rotaie che ipnotizzano i finestrini.

Accanto a lei, una signora.
Vecchia, legge.
Sporgo lo sguardo dal precipizio del mio libro, e scorgo i suoi piedi. Calza sandali ambrati, di certo costosi. Le dita sono rugose e curate, come tutto il resto del corpo.
Risalgo la sua gonna plissettata, la sua posa elegante, le gambe affusolate, raccolte e parallele. Ha residui di bellezza ed eleganza, ma gli strati di giorni sono troppi per definirla ancora una bella donna.

Guardo le sue braccia scoperte, molli e straordinariamente grinzose, bianche e maculate di piccole pozzanghere marrone chiaro.
Lei continua a leggere, e io ne approfitto per osservarla ancora, stavolta in viso.

Rimango incagliata su quei solchi, così indelebili e numerosi che mi coglie all’improvviso la paura del tempo, di come sarò io, se sarò, alla sua età.
Non riesco a trascinare via gli occhi: più mi spaventa il brutto che vedo, più continuo a guardare, cercare dettagli, fissare le rughe e le macchie, i capelli radi e le unghie deboli, le guance cadenti e le palpebre accartocciate.
Come accorgersi per la prima volta che la terra non può smettere di girare, scoprire solo ora che il futuro mi sopravviverà, qualunque sia il mio modo di mettermi in salvo.

E poi succede.
Lei alza gli occhi.
Alza gli occhi proprio mentre contemplo le guerre perse sul suo volto.
Fa tana al mio sguardo, e io ho un sussulto.
Non perché mi ha scoperto, ma per quegli occhi.

Azzurri, grandi, bellissimi.
Da bambina.

Come se un sortilegio avesso succhiato via dal corpo di ventenne l’intera giovinezza e l’avesse concentrata lì, in quei due specchi di vita, nidi di luce, fari del tempo.

Sorrido piano, imbarazzata dalla schiettezza del suo azzurro.
E lei ricambia, con l’orgoglio di chi ha già vissuto le mie paure.

giugno 18, 2004

Fermati qui un attimo. 

Stamattina mi chiama una persona. Mi telefona e mi dice: "ho visitato quel tuo sito, che non mi ricordo come si dice. E' bellissimo, mi piace!".

So che è sbagliato, ma credo sia normale, per chi cura un blog (il sito che non mi ricordo come si dice) arrivare a un punto e chiedersi: ma chi è che legge? Quanti sono? Come arrivano?
Li conosco?
Mi conoscono?

Allora oggi faccio una cosa (sbagliata, sì). E la faccio di venerdì, anche se so che il week-end ho meno ospiti.

Vi chiedo, a voi che leggete, passate o tornate, di lasciare un segno. Niente di impegnativo, e solo per stavolta.
Poi potrete tornare nella culla dell'anonimato, nella forza dell'ombra.
Ma oggi fatemi felice, trasformate in due parole il vostro esserci.

Solo un'impronta, un'alzata di mano. Che può sembrarvi poco, ma non lo è.

Grazie a voi.

giugno 17, 2004

Porte scorrevoli. 

Noi tutti abbiamo a disposizione un plafond di energie quotidiane, come tanti buoni pasto di diverso taglio. E ogni giorno decidiamo quando utilizzarle, dove incanalarle, come gestirle.
Scegliamo di cosa preoccuparci; a quale sogno, esigenza o paura dedicare più o meno attenzione; cosa mettere in stand by e cosa far schizzare in cima alla lista delle priorità.
Ci svegliamo, ci laviamo i denti e mentre siamo lì, a specchiarci la bocca schiumosa e la faccia impastata, puf! Magicamente ci si para davanti il 3D di un’agendina fluttuante, e cominciamo a costruire la giornata, la settimana. La vita.
Torno a letto o vado fuori a fare colazione? Leggo Donna Moderna o mi metto a studiare? Rimango in ufficio o pranzo con X?
Sembrano stronzate, e invece dovremmo pensarci, ogni tanto. Che le piccole cose sono enormi, e cambiano vite.

Scavalcare il cancello, entrare nella casa da svaligiare, rubare il trofeo e quando ormai è fatta, ricordarsi che ci sono i cani da guardia.
E se non ce la fai tu, non ce la fa nessuno.

giugno 16, 2004

Connecting people. 

Il mondo è pieno di folli.

Ma il vero folle non è quello clinicamente riconosciuto, quello strizzato in una camicia di forza e forzato sul divano dello strizzacervelli.

Folle è una persona apparentemente comune, che a vederlo proprio non si direbbe. Lavora, mangia, ha una famiglia.
Ogni tanto, Folle telefona.

Squilla il mio telefono cellulare, che lampeggia sullo schermo il numero chiamante.
Un fisso. Prefisso: 0871.
Chieti.


tc: pronto?

Folle: uhm... Ivo?

tc: scusi?

Folle: c'è Ivo?

tc: no, temo che abbia sbagliato numero.

Folle: sbagliato? No, no, il numero è questo, sono sicuro. Ce l'ho scritto qui.

tc: già. Senta, mi creda: non c'è nessun Ivo, qui.

Folle: beh, io ho fatto il 347.XX.XX.XXX.

tc: sì, è questo numero.

Folle: ah. Allora è quello giusto.

tc: ehm... no. Come le ho già detto, questo numero è MIO, e io non conosco nessun Ivo. Magari ha sbagliato a scrivere.

Folle: no, no. E' lo stesso numero che ho fatto l'ultima volta, e ho parlato con Ivo.

tc: ascolti. Mi sembra davvero improbabile, visto che negli ultimi sei anni ho sempre risposto io, a questo numero.

Folle: ah. Sicura?

tc: sì!

Folle: va bene...

tc: non so che dirle. Mi dispiace.

Folle: oh, non fa niente. Riprovo più tardi.

tc: cosa? Senta, forse non ci siamo capiti. Q-U-E-S-T-O E' I-L M-I-O N-U-M-E-R-O! Le risponderò sempre io, anche se riprova domani, o fra una settimana, o tra un anno. Ha capito, adesso?

Folle (afflitto): oh. Va bene. Ho capito.

tc: ...

Folle: le chiedo scusa. Non volevo disturbarla.

tc: si figuri.


Ho bisogno di un fegato nuovo.

giugno 15, 2004

L'ora di filosofia. 

J.P. Carse ha scritto uno dei libri più stupefacenti che io abbia mai letto.
Si chiama "Giochi finiti e infiniti".

I giochi finiti vengono giocati per essere vinti.
I giochi infiniti vengono giocati per continuare a giocare.

Nei giochi finiti, ogni giocatore cerca di sopraffare l'altro, e vincere.
Nei giochi infiniti, i due giocatori cooperano per non far finire la partita.

Nei giochi finiti esistono regole stabili e prestabilite.
Nei giochi infiniti l'unica regola è non smettere mai di giocare.

Tutto il mondo, ogni aspetto della vita e della mente umana si può ricondurre a queste due categorie.
Dal Subbuteo al matrimonio.
Tutto.

Inoltre, scrive Carse, una partita a due può iniziare come gioco finito e trasformarsi in gioco infinito.

A me, per esempio, sta capitando proprio questo.

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